Intrusioni

COMPRENDERE L’ARCHITETTURA DI PECHINO

Pechino è una città “piccola”. Quest’affermazione può sembrare priva di senso, ma ne sono assolutamente sicuro e lo ripeto: Pechino è una città “piccola”.
Me ne sono reso conto dopo pochi minuti che mi trovavo in terra cinese. Era la prima volta che andavo in oriente e fin dall’inizio mi si formulò nella mente questa convinzione che mi venne confermata nei giorni successivi e nei i viaggi seguenti. Capii subito che, nonostante la superficie oceanica di 17,000 kmq (all’incirca come il Lazio) e i suoi tredici milioni di abitanti, era una città estremamente confortevole e sarebbe stato un luogo che non mi avrebbe mai trasmesso un senso di oppressione.

Questa dimensione percettivamente “ridotta” rappresenta una qualità straordinaria di Pechino: in qualunque parte ci si trovi si ha la sensazione di essere in un luogo costruito con proporzioni umane. Tranne che nei luoghi destinati alle adunate, come piazza Tien Am Men, Pechino è capace di mantenere invariata questa caratteristica: di conservare un carattere umano che altre città hanno invece irrimediabilmente perduto; di preservare una corretta proporzione di ogni singola parte ma soprattutto di continuare ad essere in grado di stabilire con i propri abitanti un rapporto amichevole e mai conflittuale.

Beijing

 

Parlare dell’architettura della città odierna è molto difficile, se non impossibile. La velocità della sua crescita non permette giudizi duraturi, considerazioni che non saranno smentite in tempi brevissimi. Visitando la città a distanza di pochi mesi si notano differenze sostanziali, nuovi edifici realizzati apparentemente dal nulla, panorami urbani fino a poco tempo prima inesistenti. E’ una stagione aurea per la città: essa è un immenso laboratorio nel quale le migliori espressioni di architettura stanno sperimentando nuove forme espressive. Ma ciononostante sta dimostrando una straordinaria saggezza: sebbene sia oggetto di innumerevoli spinte da tutti gli angoli della terra, Pechino è ancora in grado di mantenere il proprio concetto di spazio, di conservare la proporzione umana in ogni sua parte, di rimanere una “piccola” città. Non solo, ma in questa spericolata crescita riesce anche ad avere straordinari momenti di riflessione, in un modo del tutto sconosciuto alla mentalità occidentale.

E’ il caso di “Calling your voice”: una sorta di revisione generale sull’architettura della città voluta dalla rivista <Space>, una dei principali periodici di architettura cinesi. La revisione si esprime attraverso una richiesta al mondo dell’architettura internazionale di esprimere pareri e opinioni sullo stato dell’arte nella capitale cinese. Tra le altre, l’invito riporta questa frase estremamente significativa dello spirito che ha mosso l’iniziativa: “Ci auguriamo che tutti diventino consapevoli che in questa città abbiamo un assoluto bisogno di buona architettura, realmente utile per l’uomo, che rispetti la nostra storia e la nostra cultura, che si confronti in modi adeguati con il territorio e il tessuto urbano esistente e che sia un valido sostegno per la nostra evoluzione futura”
Il progetto è partito a novembre 2005 e continuerà ancora per anni. Durante questo periodo, la rivista <Space> in collaborazione con altri 60 mezzi di comunicazione tra giornali, televisioni e periodici, ha invitato 30 architetti da tutto il mondo a scrivere e commentare quello che sta accadendo a Pechino, con il preciso scopo di trarne insegnamenti e suggerimenti. Con mio grande piacere sono stato scelto tra quei 30 architetti e sono stato tra i primi a pubblicare il mio intervento del quale ampi tratti sono riportati nell’articolo che state leggendo. Ma la cosa più stupefacente di questa operazione, che naturalmente non è esente da scopi mediatici del tutto leciti, è l’umiltà di rivolgersi ad architetti stranieri per sentire i loro commenti sull’evoluzione architettonica della capitale del paese con il più alto tasso di crescita del mondo. Una simile apertura mentale mai sarebbe stata neppure ipotizzata da una rivista occidentale, perché troppo rischiosa e dagli esiti del tutto incontrollabili. Ma in Cina è diverso, esiste una grande disponibilità verso l’esterno e soprattutto, come in questo caso, una capacità di recepire e di apprendere dal reso del mondo senza complessi di superiorità.

Ma torniamo al tema iniziale e utilizziamo tre categorie interpretative per capire come sia possibile che questo immenso agglomerato sia sempre percepito come un luogo “a scala umana”:
• Spazi privati e Altezza;
• Edifici e Suolo;
• Paesaggio urbano e Dettaglio. 

Beijing

 

La prima di queste categorie esprime il concetto principale: la capacità di Pechino di far sentire i propri abitanti protetti da un ambiente tranquillizzante nonostante le dimensioni globali siano enormi. Ciò è possibile perché l’intera città è un insieme di “luoghi privati”, intendendo con questo termine non l’accezione giuridica ma una percezione dello spazio personale, intimo, accogliente. Movendosi per la città si capisce subito che è concepita come una giustapposizione di piccoli ambiti affiancati o sovrapposti uno all’altro. Gli interni degli edifici, gli atri, le sale riunioni, gli uffici, le case ma anche gli spazi esterni come i mercati, i negozi e i locali pubblici, sono sempre di proporzioni corrette, costruiti con lo scopo di essere funzionali alla vita dell’uomo. Questo accade anche nelle grandi costruzioni e negli innumerevoli grattacieli che stanno invadendo la città. Anche questi sono disegnati come una sommatoria di luoghi di ampiezze “rassicuranti” che si sovrappongono fino a raggiungere altezze impressionanti. Ma la stessa ricerca dell’altezza, simbolo di una crescita verticale inarrestabile, non lede il principio che gli spazi debbono essere creati per il comfort dell’uomo e che debbono avere dimensioni “misurabili”. Per questo motivo è rarissimo trovare ambienti alti decine di piani come in altre aree del mondo o saloni immensi per improbabili conferenze, o ancora elementi architettonici e decorazioni pensati per un ciclope. Il contrasto che si stabilisce così tra la proporzione attenta degli spazi e la continua ricerca dell’altezza, genera una complessità di emozioni indimenticabile in grado di identificare perfettamente l’atmosfera di Pechino. Progettare in questa città senza aver introiettato questo concetto non può che condurre ad un fallimento o alla semplice creazione di edifici “fuori luogo”, avulsi dallo stile e dalla realtà della città.

 

Beijing

 

Ma c’è un altro aspetto incredibilmente rilevante che è determinato dalla seconda delle nostre categorie interpretative: il rapporto degli Edifici con il Suolo. Per un visitatore occidentale questo è un aspetto totalmente nuovo e sorprendente. Gli abitanti di Pechino usano il suolo non solo per camminare o per far scorrere le gomme delle automobili, ma per moltissime altre funzioni: il suolo può essere un tavolo su cui giocare a carte o una sedia per consumare il pranzo o, a volte, un letto su cui riposare. Questo modo di relazionarsi con esso ci racconta qualcosa di questo popolo, ci dimostra che qui esiste uno strettissimo legame con il terreno e toccarlo senza mediazioni, senza la suola delle scarpe o la gomma delle auto, non fa paura. Ci racconta che questa popolazione mantiene una stretta vicinanza con il più concreto dei quattro elementi naturali: la Terra. Ma qual’è il rapporto fra questo modo di “sentire” il suolo e l’architettura? Come si traduce nella costruzione della città? Tutto ciò si rivela di grande rilevanza perché il terreno è adoperato come un elemento primario della città e gli spazi aperti assumono un’importanza strategica nella morfologia urbana, benché totalmente diversi dal concetto di piazza europea. Inoltre il suolo stesso riesce a diventare parte integrante degli edifici trasformandosi ora in un massiccio basamento ora “arrampicandosi” sulle pareti esterne delle costruzioni. Ciò avviene nell’edilizia storica come nell’architettura contemporanea, dimostrando in questo caso una forte continuità con il passato. In una città caratterizzata da un’inarrestabile pulsione verso il futuro, è davvero stupefacente l’importanza che tuttora rivestono gli spazi aperti nel panorama morfologico della città.

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E l’incredibile velocità evolutiva di Pechino ci introduce alla terza delle nostre categorie di comprensione: Paesaggio urbano e Dettaglio. Questi due aspetti costituiscono una dicotomia: due elementi opposti che si fronteggiano nella crescita urbana. La città non ha tempo da perdere. Oggi nella capitale cinese il tempo è denaro ed ogni minuto perso è un rallentamento nella corsa al raggiungimento degli standard occidentali di sviluppo, giusti o sbagliati che siano. Per questo motivo non ci si può soffermare sui “dettagli”, sulle piccole cose. Oggi a Pechino il termine dettaglio architettonico ha un significato del tutto diverso dal mondo occidentale: non è considerato come una parte capace di interpretare il significato complessivo dell’opera, un elemento sul quale approfondire la ricerca architettonica. Il dettaglio è semplicemente qualcosa da “risolvere”, un intoppo da rivedere in fase costruttiva. Perdere tempo sui particolari provoca un rallentamento nella crescita e in questo momento la città non può permetterselo. E’ così e nessuno può modificare questo principio. Al contrario, è molto importante lavorare sul Paesaggio Urbano: sull’organizzazione generale dei complessi edificati, sul loro rapporto con il resto della città e sulle relazioni che stabiliscono con l’intorno gli immensi insediamenti che quotidianamente vengono progettati. Perciò la parte più importante del progetto è il “concept drawing”, l’impostazione iniziale che stabilisce le regole e le dimensioni primarie del progetto. Questa fase è seguita in modo estremamente approfondito con lo scopo di creare costruzioni che “assomiglino” alla città stessa anche se estremamente moderne. Rendere il “concept drawing” protagonista del processo progettuale significa dare risalto al lavoro sugli spazi, sulle proporzioni, sul rapporto tra gli edifici e lo spazio pubblico. Considerare questa fase progettuale come la più importante significa essere perfettamente consapevoli che per progettare a Pechino occorre creare edifici formati da piccoli spazi giustapposti, anche quando lo slancio verso il cielo costituisce il tema preponderante; che occorre legare le costruzioni al suolo come se fossero nate da un’evoluzione della crosta terrestre e che occorre approfondire le relazioni interne ed esterne al progetto. Tutto questo significa aver compreso l’architettura di Pechino.

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